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Brandalismo: come e perché

Bansky street art @Gettyimages
Valentina Federici
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Non si parlava di ribellione dai tempi delle rivolte studentesche del Sessantotto. Erano state queste, probabilmente, a piantare il seme di quella che sarebbe successivamente diventata la Guerrilla Art e dopo ancora la Street Art.

L’animo sovversivo e rivoluzionario di Primpy non poteva non interessarsi all’ultima tendenza pseudo punk che pare aver colpito i brand dell’Olimpo della moda.

Burberry FW2018 @Gettyimages

 

Il Brandalismo (brand+vandalismo) inizia a germogliare nel 2012 per poi sbocciare prorompentemente nel 2015, a Parigi, quando avvenne una vera invasione della città di più di seicento poster da parte di ottanta artisti. È un movimento artistico, il cui obiettivo è quello di attaccare, criticare, denunciare e ribellarsi al consumismo e alle multinazionali, quindi anche le grandi corporate di moda. Nel corso della sua evoluzione ha visto protagonisti del calibro di Bansky, Poster Boy, Zevs e Tom Sachs.

@tomsachs

 

Di sicuro vi starete chiedendo perché un movimento artistico come il Brandalismo sia stato adottato dai marchi di moda come tendenza da seguire.

Ebbene, proprio la sua vena sovversiva e ribelle, di sperimentazione e contaminazione, è stata fonte di ispirazione in tanti modi diversi. Come già ben sappiamo, lo streetstyle si sta affermando sempre di più come autore delle nuove tendenze da cui i brand devono ispirarsi, e non il contrario come fino a qualche tempo fa. Uno dei valori chiave dell’hip hop è l’autenticità, che riconferma la strada come un’istituzione vera e propria. Vien da sé che Gucci diventa Guccy, Tiffany allestisce vetrine totalmente vandalizzate e Balencaga assume un mood paparazzi.

@gucci
@gucci
@balenciaga

 

Con l’avvento di Riccardo Tisci, Burberry ha rivoluzionando il suo stile, identificando nel Brandalismo la nuova chiave di lettura della sua identità: nuovo logo e l’iconico check rivitalizzato in stile writer per poter raggiungere il target dei millenials.

Un processo estetico sofisticato e sottile per contestualizzare e personalizzare una filosofia da black bloc che rema contro i fondamenti della moda capitalista sfrenata, di cui Burberry ne è (o ne era) tristemente protagonista.

Burberry FW 2018 @Gettyimages

 

Vi chiederete: ma non è un controsenso?

Beh, in effetti lo è. Con l’avvento di Instagram e Facebook nella società moderna, lo spirito di ribellione si è di molto ammorbidito, rispetto alle grandi battaglie sociali del passato. Arte, vandalismo, moda, marketing e contestazione sono più leggere, ironiche e ibridi, tant’è che, alle volte, coincidono. Gli stilisti prendono le ispirazioni estetiche e le elaborano, le contestualizzano, le personalizzano al punto da snaturarne il concetto originale. Ed è quello che è successo col Brandalismo, che, nonostante sia dichiaratamente nemico dei brand e del loro capitalismo, è stato inglobato come nuova tendenza da seguire.

Ma che cos’è la moda se non un controsenso continuo?

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